Nel corso degli anni ci siamo sempre occupati delle condizioni, dei diritti e di tutti gli aspetti della vita delle persone ospiti delle Rsa. Lo facciamo in diversi modi, sia nel rappresentare le istanze e i bisogni degli ospiti e dei loro parenti, sia attraverso le nostre attività di benessere sociale fatte in collaborazione con le strutture. Ci siamo più volte occupati anche della questione delle rette, divenute sempre più onerose e, negli ultimi anni, con aumenti talvolta inspiegabili.
Recentemente, sempre più spesso leggiamo notizie riguardanti la questione di chi debba pagare la retta, soprattutto quando le condizioni di salute dell’ospite sono gravi. Proviamo a fare un piccolo riassunto, anche alla luce delle ultime sentenze del maggio scorso della prima sezione civile della Corte di cassazione.
La retta: quota sanitaria e quota alberghiera. In teoria, la retta di una casa di riposo si divide a metà: la quota sanitaria (le cure mediche, i farmaci, gli infermieri, la riabilitazione) dovrebbe essere pagata dallo Stato tramite l’Ats, mentre la quota alberghiera (il vitto, l’alloggio, la lavanderia) spetta all’ospite, ai suoi familiari o, in alcuni casi, ai Comuni. Se l’ospite soffre di patologie gravissime, l’assistenza pratica (lavare il paziente, imboccarlo, vigilare affinché non si faccia del male) non è più un semplice servizio “alberghiero”, ma diventa parte della terapia medica. Di fatto, le prestazioni diventano inscindibili: non si può separare la cura sanitaria da quella assistenziale. In questi casi, chi deve pagare?
Le sentenze della Cassazione. I giudici della suprema Corte hanno stabilito un principio tanto semplice quanto clamoroso: quando le cure sanitarie e l’assistenza sono strettamente collegate e indissociabili (detto tecnicamente: quando siamo in presenza di prestazioni sociosanitarie ad elevata integrazione sanitaria), la retta deve essere interamente a carico del Servizio sanitario nazionale.
La Cassazione ha chiarito che non contano le definizioni burocratiche o i regolamenti delle strutture o delle Regioni, ma la condizione del paziente e il suo trattamento terapeutico individuale. Se un paziente ha bisogno di una presa in carico sanitaria continua, l’Ats deve pagare l’intero costo. Di conseguenza, gli impegni di pagamento che le Rsa fanno firmare ai parenti sono stati dichiarati nulli. Ogni singolo caso va valutato a sé e purtroppo ad oggi si ottiene il riconoscimento solo dopo anni e diversi gradi di giudizio.
L’inerzia del legislatore e il silenzio della Regione Lombardia. Se gli interventi della magistratura stanno diventando sempre più numerosi, la politica è rimasta immobile. Il Parlamento soffre di una cronica inerzia legislativa: manca una legge nazionale chiara che definisca meglio i confini delle prestazioni socio-sanitarie, che recepisca i principi della Cassazione (non penalizzando i pazienti), riorganizzi i Livelli essenziali di assistenza e stanzi le risorse necessarie per coprire questi costi, magari finanziando la legge sulla non-autosufficienza e adeguando il Fondo del Servizio sanitario nazionale.
La Regione Lombardia, che storicamente ha sottofinanziato anche il 50% (mai raggiunto) di quota sanitaria, negli ultimi anni ha elargito qualche piccolo beneficio per i Sosia più gravi, per i ristori energetici o per i farmaci, ma senza intervenire in modo strutturale nel settore. Ma il crescente contenzioso giuridico, che fino ad oggi ha riguardato famiglie e Rsa, ormai investe anche le Ats e quindi in via indiretta la Regione.
Il ruolo dei Comuni. Nella storia delle Rsa, i Comuni sono stati attori fondamentali. In Bergamasca, solo negli ultimi anni stanno sorgendo Rsa gestite da grandi gruppi finanziari, ma la rete storica delle Fondazioni è patrimonio delle comunità locali. Purtroppo la legislazione regionale e la tipologia dei servizi erogati li hanno marginalizzati. Ancora oggi, però, il finanziamento che i Comuni sostengono per la parte sociale del costo delle rette è rilevante, dato che intervengono a integrare o sostituire le famiglie indigenti.
Fino ad ora, nelle sentenze analizzate, il ruolo dei Comuni è stato irrilevante, ma è doveroso che in futuro non sia più così. Nei casi in cui la parte sanitaria della prestazione assorbe la parte sociale, l’eventuale copertura comunale sarebbe immotivata; infatti la spesa sanitaria è di competenza dello Stato e delle Regioni e non delle Autonomie locali. Ci aspettiamo dunque un ruolo più attivo dei Comuni sia a livello istituzionale, sia in ambito politico.
Ci rendiamo conto che i sindaci e i servizi sociali si trovano così tra incudine e martello. Da un lato, i bilanci comunali sono costantemente sforbiciati e non riescono a sostenere spese assistenziali così massicce; dall’altro molti enti locali si trovano a dover anticipare somme ingenti per una spesa che potrebbe non essere di loro competenza.
Conclusioni. La situazione attuale non è sostenibile. Il contenzioso legale sta esplodendo, le Rsa lombarde denunciano il rischio di un collasso del sistema. È urgente che lo Stato e la Regione smettano di ignorare i giudici della Cassazione e si assumano le proprie responsabilità politiche ed economiche. Anche per evitare che le Rsa – per poter proseguire la gestione delle strutture nell’attesa di ottenere gli eventuali rimborsi dalle Ats – aumentino le rette a quei ricoverati che, invece, la quota alberghiera la devono pagare. Con il paradosso di addossare ai cittadini l’inefficienza dello Stato e della Regione.
Giacomo Pessina
Dal periodico “Spi Insieme”