Sindacato Pensionati Italiani - Bergamo

035 3594150

La fatica delle famiglie: il punto attraverso i dati delle dimissioni

Con questo articolo avviamo una riflessione sulle fatiche che le famiglie affrontano quotidianamente per la cura dei propri familiari. È una riflessione che intreccia molti temi che vanno dall’invecchiamento della popolazione, all’incremento dei nuclei familiari composti da individui soli e alla disparità nella ripartizione delle mansioni domestiche, che grava ancora in misura maggiore sulle donne. Iniziamo con l’assistenza ai più piccoli, i bambini fino a tre anni, una fase della vita in cui anche il diritto del lavoro prevede speciali strumenti di tutela per i neogenitori e nella quale spesso i nonni e le nonne ricoprono un ruolo importante nelle strategie di conciliazione delle famiglie (l’Istat rivela che un terzo dei nonni si prende cura dei nipoti quando i genitori lavorano).

Ogni anno l’Ispettorato nazionale del lavoro (Inl) pubblica i dati dei genitori con figli fino ai 3 anni che si sono dimessi dal lavoro. Per il sindacato sono dati importanti perché l’Inl raccoglie anche altre informazioni: cosa ha motivato le dimissioni? Quanti figli ha chi si dimette? Che età hanno i genitori? Da quanto lavorano in azienda? Lavorano in aziende piccole o grandi? Queste informazioni ci consentono di riflettere sulle condizioni di lavoro, sulla distribuzione dei carichi di cura tra i genitori e sull’atteggiamento delle imprese di fronte alla necessità dei neogenitori di conciliare il lavoro con la cura dei figli.

Partiamo dai numeri.

Nella provincia di Bergamo nel 2025 l’Inl ha registrato 1.451 comunicazioni di dimissioni entro il terzo anno di vita del figlio; più del 65% riguarda lavoratrici (948 donne, 503 uomini).

L’età dei genitori è elevata per entrambi i generi: il 54,7% degli uomini e il 41% delle donne ha tra i 34 e 44 anni, il 38,4% delle donne ha tra i 29 e i 34 anni. L’attenzione alla fascia d’età è importante, perché incide – come le condizioni di lavoro e in particolare la stabilità lavorativa – sul tasso di natalità, sul numero di figli desiderati e realmente avuti; ma incide anche sulla possibilità di avere genitori (e quindi nonni) più anziani, pertanto, in alcuni casi, a loro volta bisognosi di assistenza.

In tre casi su quattro le dimissioni dei genitori avvengono nel primo anno di vita del figlio (82% nel caso delle donne) e più della metà delle dimissioni riguarda lavoratori e lavoratrici alla prima esperienza come genitori.

Quali sono le motivazioni alla base della scelta di lasciare il lavoro?

L’Ispettorato consente di indicare più di una motivazione. Alla base della scelta di dimettersi, per più del 94% delle donne ci sono le difficoltà legate all’assenza di servizi di cura adeguati (mancato accoglimento al nido, elevati costi di assistenza, assenza di parenti di supporto); al secondo posto troviamo le difficoltà legate alla compatibilità tra l’organizzazione familiare e gli impegni lavorativi (59% delle lavoratrici). In questa seconda motivazione si annidano tutte le situazioni in cui l’azienda ha respinto la richiesta di part time, di altre forme di flessibilità in entrata/uscita o un’assegnazione di turni utile a favorire il rientro al lavoro.

Nel caso degli uomini, la situazione cambia in modo sostanziale: l’80% dei padri con figli fino a tre anni motiva le dimissioni con una scelta di mobilità professionale, in altre parole le dimissioni rappresentano il momento di passaggio ad una nuova azienda. Il dato dell’Ispettorato non ci consente di approfondire se dietro alla motivazione dichiarata vi siano anche esigenze legate alla gestione familiare; per esempio, l’esigenza di avere un reddito più elevato per sostenere le nuove necessità familiari, oppure la scelta di un lavoro più vicino a casa o con orari più compatibili con i servizi di cura per l’infanzia. Sicuramente quello che l’Ispettorato fotografa è che i padri sono in transizione verso una nuova occupazione, mentre per le donne la difficoltà di trovare una risposta nei servizi di cura e in soluzioni concordate con l’impresa motiva un’uscita dal mercato del lavoro.

Che cosa fanno le imprese per trattenerli?

La metà delle richieste coinvolgono lavoratori e lavoratrici con un’anzianità di lavoro presso l’impresa fino a 3 anni. Ma un numero significativo di dimissioni coinvolge lavoratori con un’anzianità considerevole: il 44,5% delle donne che si dimettono ha un’anzianità di lavoro compresa tra 3 e 10 anni, si tratta quindi di lavoratrici stabilmente inserite nell’organizzazione aziendale.

Un altro dato che deve far riflettere è quello relativo alle dimensioni delle imprese: il 38% delle lavoratrici che comunicano le proprie dimissioni lavora in aziende di grandi dimensioni (almeno 250 dipendenti); lo stesso vale per gli uomini (32,4%). Questo ci dice che anche nelle realtà più strutturate spesso si fatica a individuare soluzioni adeguate, necessarie per motivare e garantire ai neo-genitori la possibilità di proseguire il rapporto di lavoro all’emergere di nuove esigenze di conciliazione.

In modo ricorrente sentiamo di aziende che faticano a trovare personale qualificato. Viene quindi da chiedersi se non sia possibile fare di più per non disperdere le competenze di questi lavoratori.

C’è poi un tema di conoscenza ed esercizio dei diritti connessi al ruolo di genitori, che chiama in causa tutte le istituzioni e le organizzazioni di rappresentanza di lavoratori e imprese a fare di più per garantire la continuità di reddito delle famiglie nelle diverse fasi della vita.

Paola Redondi, Segreteria Cgil Bergamo
Dal periodico “Spi Insieme”
Bergamo, settembre-ottobre 2026

Torna in alto